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    Chronique dans Rete Due décembre 2013

    Una volta una donna mi disse che forse l’intelligenza è la capacità di mettere in relazione cose che non hanno relazione fra di loro (stava forse dicendo qualcosa a proposito di noi ?). Se così fosse, mi dico ora (all’epoca probabilmente mi dissi altro), l’era post-moderna sarebbe, se non la più dotata di intelligenza nella storia dell’uomo, certo un interessante tentativo di attribuirsi dell’ingegno. Inutile dire che il reciproco gradimento, mio e della signora, finì ben presto per trasformarsi in ciò che molti rimproverano al post-modernismo : assomigliare molto da vicino a un atelier di bricolage.

    Come al solito la prendo molto alla larga. Ma il fatto è che sto cercando di giustificare, o di capire, meglio, che attinenza possa mai esserci fra Beep Beep e il free jazz. Beep Beep, per i pochi che non lo sapessero, è il nome di un uccello corridore uscito dall’inventiva penna di Chuck Jones sul finire degli anni ’40 che divenne protagonista di un cartone animato della Warner Bros. a fianco di Wile E. Coyote (suo infaticabile ma sfigato inseguitore). Beep Beep, contrariamente a quanto si crede, non è uno struzzo che corre (mai visto uno struzzo nella Monument Valley, il desertico pianoro teatro di tanti western dove il cartone è ambientato), ma appunto un uccello corridore (roadrunner in inglese). Nome scientifico : Geococcyx californianus. Il nostro vanta anche diversi nomi pseudo scientifici che variavano a seconda degli episodi e della fantasia dei fumettisti : Accelleratii incredibus, Velocitus tremenjus, Hot-roddicus supersonicus, Speedipus rex, Velocitus incalculii, e tanti altri ancora. Wile E. Coyote, da par suo, veniva anche definito Eatibus almost anythingus, o Desertous-operativus idioticus (e chissà che la latinizzazione forzata che fa da sfondo a una campagna pubblicitaria di una nota cassa malattia che opera alle nostre latitudini non abbia preso spunto proprio da lì. Fine della digressione).

    Il free jazz è invece espressione di un affrancamento radicale. Ci riferiamo tanto a una dimensione musicale (armonica, ritmica e più genericamente espressiva) quanto sociale, o politica che dir si voglia. Le due cose sono inscindibili. Impossibile parlare di Ornette Coleman o di Max Roach senza parlare di Martin Luther King o di Malcolm X. E quindi che cosa accomuna Beep Beep, il Geococcyx californianus, al free jazz ? Apparentemente nulla (a tirarla per i capelli, potremmo accostare il periodo storico – fine anni ’50, inizio anni ’60 – o la localizzazione geografica – un ipotetico far west : la Monument Valley per Beep Beep, la Los Angeles del primo Ornette Coleman. Ma mi rendo conto che siamo, come si suol dire, alla canna del gas). Confesso però di ignorare la biografia e le passioni musicali di Scott Bradley, e cioè l’autore di molte delle musiche dei cartoni animati della Warner. Credo però che i suoi riferimenti fossero altri (studiò con Mario Castelnuovo-Tedesco, ad esempio, e nelle sue composizioni per cartoni animati riaffiorano piuttosto gli echi di Schönberg che non quelli del jazz).

    Insomma, bisognerebbe chiedere lumi direttamente a Henri Roger, il quale, a capo di una combriccola di spericolati colleghi che si fa chiamare The SeRieuse Improvised Cartoon Music Quartet, ha pensato bene di manipolare in chiave free alcuni temi che Bradley compose per i cartoni animati. Siccome il post-moderno presuppone proprio questo – accostare materiali che non hanno attinenza fra di loro – l’operazione può considerarsi riuscita nella misura in cui, in ottica post-moderna, qualunque tipo di accostamento è verosimile. Questo suo When Bip Bip sleeps è un disco che assoceremmo più naturalmente a John Zorn, diciamo il Zorn anni ‘80/’90, che a sua volta sperimentò con la musica di Carl Stalling. Lo stesso Raymond Scott fu al centro di un curioso recupero in chiave jazz anni or sono. Jazz e cartoon dialogano insomma da molti anni, e quello di Henri Roger è solo uno degli ultimi (riusciti e a tratti anche divertenti) episodi della serie. Un conto però è affrontare questi materiali con lo spirito di un jazz “divertito”, altro discorso invece è immergere la musica da cartoni animati in un contesto di musica che si è sempre preso molto sul serio (il free jazz e, per esteso, la musica improvvisata tutta). La sfida non era dunque scontata, e Henri Roger la supera affrontandola con spirito lieve ma non leggero, adattando per così dire l’approccio alle circostanze (e quel The SeRieuse Improvised Cartoon Music Quartet la dice lunga sulle intenzioni). Sorprendente ma estremo. Divertente ma pur sempre impegnativo.
    Corrado Antonini Rete Due

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